Un tè in Tanzania

I grandi viaggi ti lasciano dentro una crescita personale. Tanzania. Ecco, questo è stato un grande viaggio. Praterie sterminate; migrazioni a perdita d’occhio; acacie; bambini masai colorati lungo i bordi delle strade; fiori; foreste; savane; crateri; spezie; albe; tramonti. La terra della serenità, dei sorrisi, della calma. La terra del tè nero, che più nero non si può. In ogni luogo, ogni ricordo l’ho immortalato con esso. Ed ecco a voi lui: il Re Tè.


Un tè in Tanzania: prima tappa

15.000 km quadrati, dichiarato Patrimonio dell’Umanità, mi appare immenso il Parco Nazionale del Serengeti. Savana, boschi ma anche praterie, che servono a più di un milione di gnu e ad altre specie animali per le loro migrazioni. Tanti piccoli puntini neri fin dove arriva lo sguardo. Paesaggio immenso, smisurato. La palla infuocata in cielo mi secca la pelle, già coperta dalla protezione 50+. Il profumo della terra smossa dai rangers, sulle strade assolate e ricoperte dalla micro polvere rossa del Serengeti, è secco e dolce. Mi scopro voyeur di famiglie di leoni con i loro leoncini, di uccellini che puliscono le spalle dei bufali picchettando su di esse, di babbuini che allattano i loro piccoli, di leopardi stanchi dopo aver mangiato la preda, di pigri ippopotami che popolano tranquilli acquitrini.

Arrivo nel campo tendato che mi ospiterà per la notte. Pongo il tè in un bicchiere di vetro trasparente con un fiore di legno che funge da tappo. Sendeka, il Masai che mi proteggerà e che indossa lo shuka, mantello tradizionale coloratissimo, accende il fuoco. Seduti, ci godiamo questo momento fuori da ogni tempo. Il tè adesso è caldo e lo assaggio. Il suo sapore ha un gusto ancestrale e mi riporta a quando nel lontano 600 d.C. le migrazioni dei popoli lungo le vie carovaniere imponevano l’uso di lasciare le foglie del tè accanto ai fuochi serali, mentre stanchi coolies si permettevano qualche ora di riposo. Al loro risveglio, il tè, tostato in notturna, dava origine a una bevanda dal gusto affumicato. Ecco, anche io assaporo oggi quella bevanda; anche io ho il mio “Lapsang Souchong”. Metto il tè rimasto in una tazza bianca per finire di berlo, sapendo che a breve devo entrare nella mia tenda: otto iene sono in agguato. Penso un attimo e … no, è meglio entrare subito nella mia abitazione e godere di questo paesaggio attraverso la zanzariera telata.

Al mio risveglio, parto con il mio bravissimo ranger, Simoni. Grazie a lui avvisterò specie animali dentro la fitta erba e sulle fronde piene. Tanti musetti neri e orecchie tonde mi osservano. Wow, sono busheli! No, devo scriverlo in italiano. Wow, sono zebre, con le loro strisce perfettamente disegnate. E poi, due macchie nocciola in fondo. Mi avvicino. Qualcuno è adagiato serafico sul prato. Sono due leoni! È questo il momento di fermarmi e di godere della loro tenerezza. Dei leoni? Sì, e chi me lo doveva dire! Sorseggio il tè che ho portato con me, preparato questa mattina prima di partire. Il tè è nero e di altitudine, leggero, con gusto di terra umida, corteccia, legno umido. Sarà sicuramente un “Kilima”, la cui coltivazione sugli Usambara Mountains nacque per opera dei tedeschi nei primi anni del XX secolo.

Seconda tappa

Lussureggianti paesaggi e fango nero mi accompagnano lungo il mio percorso verso la scoperta di questa parte della Tanzania e del tè. Dichiarato Patrimonio dell’Umanità, Ernest Hemingway scrisse di esso che è il lago più bello dell’Africa: il Lake Manyara, uno specchio d’acqua attorniato da folte foreste e aperte savane. I boschi di acacia a ombrello, che con i loro rami creano una visione finale appiattita orizzontalmente, si stagliano delicati al di qua di un’alba arancione. Il silenzio è surreale e fa da sottofondo al suono delle foglie al vento. Le mandrie saltellano ai lati della nostra auto, per aprirci la strada verso il giorno che ci attende. Le gazzelle sono leggerissime e pure le giraffe sembrano muoversi come ballerine di tango. Le zebre si posizionano “a forbice” l’un con l’altra, poggiando la propria testa sul dorso della loro vicina. Profondi barriti a pochi passi. Mi sento dentro il palcoscenico dell’autentica vita selvaggia.

Arrivo nel lodge in tempo per godere del tramonto rosso corallo in tutte le direzioni del mio sguardo. E poi, verde infinito. Pace. Pace. Pace. Mi sembra di essere l’unico abitante del mondo. Ho bisogno di condividere con il tè questa mia emozione. Prendo quello che ho comprato in un bazar lungo la strada. È un “Namingomba“. Mi dicono essere un tè prodotto nel vicino Malawi. La prima produzione risale alla fine dell’Ottocento e il suo gusto è intenso e corposo. Lo preparo e lo bevo. Il mio tè mi entra nel corpo, così come la meditazione nella mente. Silenzio estremo. Sorseggio e respiro. Mi sento un monaco buddista nel 500 d.C., nell’atto di svolgere la sua pratica meditativa, quando si faceva aiutare dal tè per rimanere sveglio. Mi approprio della lentezza africana. Riscopro il senso del tempo, il senso del mio tempo. Il cellulare l’ho lasciato spento. Ho tutto ciò che mi serve: me stessa e il tè.

Mi sveglia un’alba infuocata che penetra nella stanza fresca di notte. È l’ora di scoprire che tè assaggerò stamattina. Tra le fronde di banani e alberi esotici, sotto un cielo leggero, scopro che il famoso tè indiano si beve pure in Africa. Eccolo qui, in tutta la sua morbida bellezza, il “Masala Chai“. Mi inonda il profumo e il sapore piccante di questa bevanda, che mi riporta ai tempi coloniali in cui le donne inglesi portarono l’uso del tè con il latte nelle terre da poco conquistate dalla Corona Britannica. Mi immedesimo in loro: non so se sono padrona o serva. So soltanto che sto bevendo il mio tè preferito. Questa emozione mi sovrasta nel profondo.

Terza tappa

Con questa ultima tappa ritorno quasi alla mia vita. Da siciliana, voglio scoprire un’isola. Voglio osservare una spiaggia bianca e dei giardini tropicali. Voglio camminare lungo viuzze percorse da bambini felici con le guance rotonde, mentre spio attraverso vetrine di negozietti ricchi di oggetti caratteristici. Dove vado? Scelgo Zanzibar. In questa terra, molto è bianco e tanto sa del sultanato che fu. Il mio boutique hotel ne è testimonianza. Zanzibar fu un mercato di spezie. Ancora oggi nel suo territorio tante sono le produzioni di pepe, zenzero, noce moscata, cardamomo, chiodi di garofano. Di questi odori e sapori è ricco il tè che ho scelto per la mia fugace colazione. Come base si usa il tè nero prodotto dalla stessa Tanzania nelle rive del Lake Natron. Il nome di questo tè è “Chai Maziwa“, se vi si aggiunge il latte, ma diventa “Ya Rangi” se si consuma senza.

Mi godo l’infuso, sotto un caldo torrido ed umido che spinge all’inerzia. L’acqua nitida della piscina accompagna il mio sentire. Si sveglia il giorno. Ed io? Io devo prendere l’aereo per tornare alla mia vita e al mio lavoro ma essenzialmente al mio pc rosa che mi attende irrequieto, nell’attesa di scoprire quali nuove notizie sul tè dovrà custodire.


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *